Tornerà a vivere la medievale Abbadia di Stura
A cura di - 20 ott, 2017
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La medievale Abbadia di Stura alle porte di Torino (cintura nord), il suo passato glorioso e il suo futuro sono temi molto cari a questa rivista. L’abbiamo raccontata per la prima volta sul numero di dicembre 2015, denunciando lo stato di abbandono e il pesantissimo degrado di questo monumento carico di storia. Nel dicembre 2016 […]

La medievale Abbadia di Stura alle porte di Torino (cintura nord), il suo passato glorioso e il suo futuro sono temi molto cari a questa rivista. L’abbiamo raccontata per la prima volta sul numero di dicembre 2015, denunciando lo stato di abbandono e il pesantissimo degrado di questo monumento carico di storia. Nel dicembre 2016 l’Abbadia è stata protagonista del numero speciale di «Torino Storia» sul Medioevo. Ora, finalmente l’antica chiesa abbaziale è interessata a interventi restauro, un cantiere ben visibile quando si transita in auto lungo la Strada di Settimo.
La Chiesa intitolata a San Giacomo è sconsacrata dal 1960. Dagli anni Settanta è proprietà privata. Appartiene attualmente all’associazione «I templari dell’Abbadia di Stura» guidata da Maria Assunta Rampone Rossi Odello, che è anche vice presidente del gruppo Tazzetti, azienda «vicina di casa» dell’Abbadia (occupa uno dei capannoni costruiti negli anni ’70 nella zona dell’hortus conclusus). L’associazione ha affidato allo studio di architettura Dal Bianco un incarico generale per il restauro ed il recupero funzionale del complesso monumentale, citato nei documenti d’archivio a partire dal XII secolo. L’Abbadia è una struttura articolata, composta di campanile romanico, chiesa ri- maneggiata in età barocca e sagrato. Era tutto in gravissimo stato di abbandono, tutto prezioso e da recuperare.
Restauro esterno e interno. A fianco dei processi di restauro tradizionali il cantiere sta utilizzando metodi tecnologicamente innovativi: «Il consolidamento del cordolo perimetrale su cui poggia la nuova copertura, è stato realizzato in fibre di carbonio per ridurre il carico sulle murature e utilizzare una tecnica più coerente in funzione delle caratteristiche della muratura storica originale, rispetto all’uso del cemento armato». Mentre proseguono il consolidamento strutturale ed il restauro filologico dell’abside, in queste settimane si sta affrontando il restauro e la decorazione delle facciate, per le quali sono stati scelti, in accordo con la Soprintendenza, tre toni di velature su una base di calce naturale.
I lavori descritti dovrebbero essere conclusi entro l’anno, mentre in parallelo si avvieranno i cantieri per il restauro filologico delle pareti interne e delle volte della chiesa.

Torino Storia
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Commenti (2)

  1. Sono felice che quest’opera meravigliosa tornera’ al suo antico splendore.
    Ci passo davanti tutti i giorni da 30 anni, sono entrata anni fa nella Chiesetta una meraviglia.
    Andro’ sicuramente appena ultimati i lavori. Grazie a tutti coloro che contribuiscono a questa bella rinascita .

  2. LA BADIA DI SAN GIACOMO DI STURA NEI DOCUMENTI DELL’ARCHIVIO ARCIVESCOVILE DI TORINO
    La città di Torino nel XII° secolo contava non più di 4000 abitanti, e pur non essendo il principale centro del Piemonte, che di certo maggiori erano Asti e Vercelli, aveva una discreta importanza, dovuta alla presenza in città del vescovo e alla sua felice posizione geografica , posta alla confluenza dei fiumi Po e Dora, era un indispensabile posto di passaggio di uno dei tracciati più seguiti della via francigena.
    Nei suoi pressi sorgevano altri centri importanti come Chieri, che aveva una popolazione di poco inferiore a quella di Torino, o Testona al di là del Po, o Rivoli; ma Torino aveva dalla sua il fatto di essere, come già detto, sede vescovile, con tutto ciò che essa comportava come uffici diocesani, ed era inoltre stata sede prima del duca longobardo e dopo del comitato sotto i Franchi (sede prediletta degli Arduinici: la gran “comissa Alpes Graie” Adelaide aveva una delle sue residenze preferite nel castello che sorgeva presso la Porta Secusina, all’incrocio tra le attuali via Garibaldi e via della Consolata).
    Le funzioni comitali vengono ancora rafforzate intorno al 1000 quando il vescovo ottiene anche il potere civile sulla città.
    Al riparo dell’autorità vescovile, era già da lungo tempo cresciuto un organismo amministrativo, che già nel IX secolo aveva avuto la forza di cacciare il vescovo (Amolone), che secondo i cronisti locali aveva osato abbattere parte del muro di cinta della città.
    Siamo dunque in presenza di una comunità forte, che prospera all’ombra del vescovo, ma che all’occorrenza sapeva anche opporvisi, e che col tempo si era ormai costituita in comune.
    Una città così vivace, attraversata dai mercanti e dai pellegrini che numerosi, provenienti dai passi del Monginevro e del Moncenisio, transitavano verso la pianura Padana e il passo della Cisa, non poteva mancare di ricoveri e di ospedali per i viandanti. Ed è appunto che nel 1146 dedicano parte delle loro sostanze due ricchi cives torinesi: Pietro Podisio e Taurino Rista.
    La strada che usccita da Porta Palatina e passato il Po conduceva sulla sinista dello stesso verso Pavia, era strada molto frequentata, come dice l’Oliviero “l’itinerario Gerosolimitano che traccia la via da Bordeaux a Gerusalemme, passa per Torino e la nostra strada”
    Non è dunque un caso che proprio su questa strada (di Settimo) venga costruito l’Ospedale di San Giacomo di Stura, che oltre alle funzioni di “ospitale” aveva anche il compito di traghettare i pellegrini ed i mercanti da una sponda all’altra della Stura (che a quei tempi doveva essere ben più ricca di acque, mancando tutte le odierne captazioni ad uso irriguo e industriale), ma probabilmente, visto il punto dove venne costruita la Badia e l’elevatezza e la possanza della torre campanaria, è oltremodo probabile che un qualche ruolo vi abbia giocato la vicinanza della frontiera del Monferrato (Settimo e la collina torinese) e le minacce che da lì potevano giungere alla città.
    Il 25 gennaio 1146 dunque, nel monastero di San Solutore Maggiore di Torino, Pietro Podisio, che si dichiara di nazione e legge romana, fa una cospicua donazione alla congregazione di Vallombrosa allo scopo di edificare un ospedale nel territorio di Torino; la donazione consiste in 10 giornate di vigna e 60 giornate di campi e prati, più una casa; dal documento si evince che deve esserci stata una donazione contemporanea fatta da un altro cives torinese Taurino Rista che all’atto in questione è presente come teste e che viene menzionato come cofondatore nel successivo documento di approvazione pontificia. La primitiva donazione doveva dunque aggirarsi sulle 140 giornate di terra. Di questo Taurino Rista si perdono subito le tracce, mentre Pietro Podisio (illustre giureconsulto torinese) e la di lui moglie, torneranno in molti altri documenti riguardanti il monastero.
    Tra i testimoni presenti all’atto c’è un Guido Zucca, membro di una delle famiglie più importanti della città, feudatari del vescovo e un Andrea di San Benigno, località che apparteneva al Monferrato, dal che se ne deduce che la Badia era sorta con l’approvazione del vescovo e del comune di Torino e almeno senza l’opposizione del marchese del Monferrato. (ricordiamo che in questo periodo la città era sotto l’autorità formale dei Savoia, ma sotto quella effettiva del vescovo e soprattutto del comune di Torino.
    Tre mesi dopo la donazione, il papa Eugenio III approva, con atto del 14 aprile 1146, la costituzione dell’Oratorio del beato Pietro, come dipendenza dell’abbazia di Vallombrosiana di S.Benedetto di Piacenza, e rivolgendosi all’abate Vitale dice di concederglielo perché serva ai frati per lo studio, da ospedale per i poveri e di aiuto ai pellegrini che devono attraversare il fiume Stura. Stabilisce anche un censo annuo di 1 aureo da pagare alla Camera Apostolica.
    Dopo questa approvazione per otto anni non abbiamo più notizie del monastero; sono anni durante i quali il vescovo di Torino Carlo e il comune accrescono il loro potere sul contado, dove molti feudatari della zona si fanno cittadini Torinesi.
    Nel 1154 una bufera si abbatte sull’Italia: il nuovo imperatore Federico I intende far valere i diritti imperiali nel nostro paese e sul pontefice; le città d’Italia si dividono subito pro e contro l’imperatore: Chieri (che formalmente dipende dal vescovo ma che ha ormai conquistato una larga indipendenza), alleata di Asti, si schiera con gli antimperiali e di contro il vescovo e il comune di Torino, con l’imperatore.
    Alla fazione filo-imperiale appartiene anche il marchese del Monferrato, così in questo clima di concordia tra Torino e il marchese, fiorisce il 3° documento riguardante l’abbazia: l’atto del 16 aprile 1154, nel quale Folco il Rosso di Settimo (in territorio monferrino) vende per 15 soldi di denari d’argento, la sua parte di tre pezze di terra che giacciono presso l’ospedale (che viene detto costruito presso la Sturella, oggi Riofreddo, bialera quasi completamente coperta); l’altra parte viene ceduta da certo Giovanni Morfi che dice di rinunciare al pagamento della sua parte e di donarla per l’anima sua e dei suoi parenti all’ospedale. Le terre in questione giacevano presso la strada per Settimo e la Sturella. C’è anche il primo nome di un abitante del monastero: Bartolomeo, e questi non è detto frate né converso, ma viene specificato che “abita nel monastero”
    Due anni dopo, allontanatosi il Barbarossa dall’Italia (dopo aver distrutto Chieri), troviamo il documento del 23 febbraio 1156; si tratta di una donazaione fatta da Calandra vedova di Buongiovanni del Mercato, che assieme al figlio Giacomo esaudisce le ultime volontà del defunto marito, donando all’ospedale una pezza di terra confinante con le terre del monastero.
    Nel 1158, durante la nuova discesa del Barbarossa, e come conseguenza dell’alleanza del vescovo e del marchese del Monferrato entrambi filo-imperiali, il 9 maggio 1158, in pieno territorio monferrino, il marchese Guglielmo IV compone le divergenze di confine col monastero, con Andrea, abate dei S. Benedetto di Vallombrosa (il nostro ospedale è quindi ancora privo di abate) e Pietro Podisio. In base all’accordo il marchese cede l’arimannia, proprietà e distretto su tutte le terre di proprietà si S.Giacomo di Stura tra la Riva Alearia e la Stura, eccettuato il giudizio “di guerra” che era di pertinenza del comitato, il giudizio sui malfattori forestieri e il “forinsecorum banno”. In cambio il monastero cede al marchese quanto possedeva oltre la predetta Riva Alearia, eccettuate le terre della chiesa di S.Giovanni di Torino, attualmente in possesso dell’Ospedale e quanto quest’ultimo potrà colà acquistare. La riva Alearia viene dunque a costituire un vero e proprio confine e le terre abbaziali diventano un mini-stato cuscinetto tra Torino e il Monferrato. continua….