Botteghe storiche, l’ultimo ombrellaio
A cura di - 26 apr, 2015
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Botteghe storiche, l'ultimo ombrellaio

A Barriera di Milano il laboratorio artigianale di Carlo Suino, che fornì il Presidente Ciampi all’inaugurazione delle Olimpiadi nel 2006. Nel primo dopoguerra si contavano a Torino circa 50 ombrellifici. Oggi l’unico rimasto è l’Ombrellificio Torinese condotto da Carlo Suino, sopravvissuto, forse, perché ben nascosto al 23 di via Sesia, nel cuore di Barriera di […]

A Barriera di Milano il laboratorio artigianale di Carlo Suino, che fornì il Presidente Ciampi all’inaugurazione delle Olimpiadi nel 2006.

Nel primo dopoguerra si contavano a Torino circa 50 ombrellifici. Oggi l’unico rimasto è l’Ombrellificio Torinese condotto da Carlo Suino, sopravvissuto, forse, perché ben nascosto al 23 di via Sesia, nel cuore di Barriera di Milano.

Si tratta davvero di un’attività storica, non tanto per la data di fondazione del negozio, che risale comunque al 1932, quanto perché i Suino hanno le mani tra tele e bastoni fin dal 1890, quando Bernardo, trisavolo di Carlo, scese a Torino dalle valli di Corio in cerca di fortuna. «Erano anni difficili, quelli – racconta Carlo Suino, classe 1963 – e la città rappresentava per il mio trisnonno Bernardo un’opportunità per liberarsi da una vita legata alla fatica della campagna e ai capricci del tempo». Giunto a Torino Bernardo trovò lavoro presso la Giardini, un’azienda, nata come ombrellificio, che era divenuta negli anni trasversale, occupando centinaia di dipendenti tra conceria e opificio militare. Bernardo fu messo al lavoro alla fabbricazione di ombrelli e bastoni da passeggio. Poi venne il turno di Fioravanti, figlio di Bernardo che, secondo gli usi del tempo, venne introdotto giovanissimo in fabbrica dal padre. Fu promosso montatore della meccanica completa dell’ombrello, ma la sua carriera in Gilardini si interruppe bruscamente. Impegnato politicamente, venne coinvolto in una rivolta e nascose delle armi per proteggere alcuni compagni. Scoperto, si vide costretto a fuggire negli Stati Uniti non prima – narrano le leggende di famiglia – di aver salutato gli amici e il quartiere a modo suo, cantando arie d’opera sui tavoli di Piazza Crispi, dove allora sorgeva il Dazio. «In America Fioravanti non trovò fortuna – ricorda il bisnipote – anzi morì in miseria senza aver mai più fatto ritorno in patria. Inoltre lasciò mio nonno Carlo, un ragazzino primo di sei a fratelli, con sulle spalle il peso di mantenere la famiglia, aiutato dalla madre sarta». Il giovane Carlo però non si lasciò scoraggiare e divenne ben presto una figura di riferimento della Gilardini finché il titolare gli propose di aprire una attività propria dove avrebbe esternalizzato parte della produzione, come le urgenze, i campionari e i prototipi.

Siamo ai primi anni Trenta. Inizia così la storia moderna dell’Ombrellificio, che in tempi di macchine e motori non può che subire un’improvvisa accelerata, fino al brusco stop della Seconda Guerra Mondiale. L’attività riprende a pieno ritmo nel dopoguerra, fino a produrre 1000 ombrelli al giorno dalle mani di un centinaio di lavoranti, come spiega Carlo Suino: «Gli ombrelli di mio nonno erano molto ricercati, tanto che uno storico marchio inglese, fornitore della Casa Reale britannica, gli affidava segretamente parte della produzione, che poi marchiava regolarmente ‘Made in England’». Poi però arriva una diatriba societaria e Carlo Suino (il nonno dell’attuale, omonimo proprietario) decide di ripartire da un livello più artigianale, puntando forte sui grandi ombrelloni per i mercati e i dehors dei bar (suoi quelli del caffè Paulista con le grafiche di Armando Testa). Nel frattempo, l’arrivo sul mercato dei primi ombrelli di importazione (all’epoca chiamati genericamente «giapponesi» o «marocchini») fa scendere prezzi e qualità. Attorno al 1980 l’ombrellificio smette la produzione  di ombrelli limitandosi alle riparazioni e alla rivendita.

Proprio una richiesta di riparazione, a metà anni ’90, fa scaturire nella mente dell’attuale proprietario, entrato in ditta con mamma e papà dopo la scomparsa del nonno, l’idea di riprendere la produzione: «Nessuno di noi, pur cresciuti tra gli ombrelli – ricorda – sapeva costruire un ombrello dalla A alla Z. Così andai a ripetizione da alcune anziane ex lavoranti per carpirne i segreti. I primi risultati furono pessimi, ma nel 1996 vendemmo il primo esemplare costruito interamente da noi».

Oggi Suino produce un centinaio di pezzi l’anno, tutti costruiti a mano e con prezzi che oscillano tra gli 80 e 160 euro, anche se per casi particolari si può salire sopra i 200. I materiali impiegati sono made in Italy e vanno dalla tela di cotone resinata (per ombrelli robusti e super impermeabili ma necessariamente più pesanti) ai leggerissimi tessuti in fibra poliammidica o in poliestere. Le aste, invece, possono essere in legno, in metallo o in fibra di vetro, ma le più pregiate sono i cosiddetti «piantini», cioè bastoni in legno che costituiscono un solo pezzo con il manico, piegato a caldo. Un ombrello può avere le combinazioni di colori richieste dal cliente e – concessione alla tecnologia – grazie al computer è possibile eseguire ogni genere di ricamo. Per avere una di queste meraviglie, che richiedono dalle 4 alle 10 ore di lavoro, bisogna armarsi di pazienza e attendere 3 settimane. Ma deve valerne la pena, se tra i clienti dell’Ombrellificio Torinese, oltre all’attore Arturo Brachetti e a molti nomi noti (e altrettanto celati) dell’establishment torinese figura l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, per il quale venne realizzato uno speciale ombrello in cotone nero in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici invernali di Torino 2006.

Un ricordo dolce amaro per Carlo Suino, visto che con le Olimpiadi è iniziata quella crisi, generale e di settore, i cui effetti sono ancora ben presenti: “Oggi – spiega – si vendono meno ombrelli di prima però chi compra è molto attento e motivato, spende di più”.

Il futuro prossimo è fatto di lavoro, nuovi progetti e un e-commerce che porterà gli ombrelli di Torino in giro per il mondo, quello a lungo termine meno definito: «Non so so se i miei figli vorranno continuare la mia attività. Sono ancora piccoli, dipenderà dalla loro formazione: per fare l’ombrellaio bisogna sapere fare un po’ di tutto e non avere orari. Però credo che il mestiere sopravviverà».

Detto da chi ha quattro generazioni di ombrellai alle spalle sembra una garanzia credibile.

Paolo Patrito
Paolo Patrito

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Commenti (2)

    1. Gentile Sig.ra Silvia, l’ombrellaio si trova in Via Sesia, 23, 10155 Torino. Questo il suo telefono 011.852104. Cordiali saluti