Quelle prove in ritardo sullo Smemorato di Collegno
A cura di - 15 apr, 2015
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Non era Giulio Cannella ma Mario Bruneri:  nel 2014 la certezza con l’esame del Dna. Le bugie hanno le gambe corte, recita un proverbio che abbiamo sentito tante volte durante la nostra fanciullezza. Però, per la vicenda dello Smemorato di Collegno le gambe delle bugie non dovevano poi essere tanto corte, poiché solo nel 2014, […]

Non era Giulio Cannella ma Mario Bruneri:  nel 2014 la certezza con l’esame del Dna.

Le bugie hanno le gambe corte, recita un proverbio che abbiamo sentito tante volte durante la nostra fanciullezza. Però, per la vicenda dello Smemorato di Collegno le gambe delle bugie non dovevano poi essere tanto corte, poiché solo nel 2014, con l’esame del Dna, si è aggiunta una parziale certezza alla già condivisa consapevolezza che Mario Bruneri fosse effettivamente Mario Bruneri e non il professor Giulio Cannella. Un ossimoro in apparenza, ma che di fatto sorregge una vicenda che ha fatto discutere una generazione di italiani e che, ancora oggi, continua a risultare contrappuntata da alcuni inquietanti interrogativi.

Tutto ha inizio nelle prime ore della mattina del 10 marzo 1926, nel cimitero ebraico di Torino, quando due guardiani sorprendono uno strano personaggio, oggi diremmo un «senza tetto», che tenta di sottrarre un vaso di rame da una tomba. Immediatamente arrestato, l’uomo è condotto in Questura: si esprime con difficoltà, non conosce il suo nome, non ricorda nulla e soprattutto non sa spiegare la sua presenza nel cimitero di notte. Però si rivolge alla forza pubblica in dialetto piemontese: «monsù, ch’am ruvina nen. Ch’am fasa l’piasì ‘d lasseme andè». Parole spontanee, senza un’apparente importanza, ma che di fatto saranno fondamentali per la loro caratura dialettale. Fortemente agitato, ma considerato più malato che criminale, per l’uomo non si aprono le porte del  carcere in attesa di giudizio, ma quelle dell’ospedale psichiatrico di Collegno, dove viene preso in carico dai sanitari e identificato con il numero 44.170: la sua unica identità per circa un anno.

Il giorno dell’arresto, in Questura gli sono state prelevate le impronte digitali e compilato il suo cartellino segnaletico, che viene trasmesso a Roma, al Servizio centrale di identità.

Probabilmente la vita del paziente 44.170 sarebbe andata avanti nei padiglioni e nei cortili di Collegno per chissà quanto tempo, forse per la sua intera esistenza, se non fosse intervento un evento «mediatico» destinato a sbloccare in modo completamente inatteso la vita dello Smemorato. Infatti, il 6 febbraio 1927 la fotografia dello «Smemorato di Collegno» viene pubblicata sulla «Domenica del Corriere» e il quotidiano «La Stampa», nello stesso mese, pubblica una serie di articoli sullo sconosciuto 44.170.

I servizi giornalistici hanno effetti inaspettati: a Verona, Giulia Canella, moglie del professor Giulio Canella, riconosce nello Smemorato il marito, capitano della Brigate Ivrea inviata in Macedonia,  dichiarato disperso il 25 novembre 1916 presso Bitola.

Giulio Cannella, nativo di Padova (1881), era un noto letterato e docente, che a Verona dirigeva una istituto magistrale; fondatore (1909) con padre Agostino Gemelli della «Rivista di filosofia  neoscolastica», nel 1916 fu tra i fondatori del quotidiano cattolico «Corriere del mattino». Nel 1913, si era unito in matrimonio con la cugina, Giulia Concetta Canella, quasi fanciulla e figlia di un  possidente terriero, che aveva grossi investimenti in Brasile. Dall’unione nacquero due figli: Rita e Giuseppe. Richiamato nell’esercito con il grado di capitano, Cannella fu dichiarato disperso dal  Ministero della Guerra.

Dopo oltre dieci anni, la moglie potrebbe riabbracciare l’uomo che credeva ormai definitivamente perduto. Il 5 marzo 1927 parte alla volta di Collegno con il padre e i due figli. Appena giunta  all’ospedale psichiatrico piemontese non ha dubbi: quell’uomo è il professor Giulio Canella.

Anche se all’inizio lo Smemorato non sembra dare segni di interesse per la donna, dopo alcuni incontri lentamente nella sua mente pare si riaccenda la coscienza.

Nel cuore di Giulia Cannella la speranza diventa lentamente certezza, comunque consegna alla polizia una fotografia del marito, perché si proceda nelle indagini.

Il direttore del manicomio dimette lo Smemorato e lo «affida alla sedicente moglie», per un periodo di prova.

La storia pare andare verso l’ambito lieto fine, ma, come nei romanzi d’appendice di quel periodo, ecco il colpo di scena. Il 7 marzo 1927, una lettera anonima inviata alla questura torinese, sostiene che lo Smemorato di Collegno non sia il professore veronese, ma certo Mario Bruneri (nato a Torino il 1886), un ex-tipografo, con un passato non proprio limpido, con alcune pendenze legali per reati contro il patrimonio e noto anarchico.

Dagli archivi della Polizia saltano fuori le foto segnaletiche del Bruneri che presentano una sorprendente somiglianza con quello dello Smemorato… Dai documenti conservati nell’archivio della Polizia, si evince che il soggetto è ricercato dal 1922 a seguito di alcune condanne per truffa e lesioni.

Oltre alle fotografie ci sono anche le impronte digitali, raccolte in occasione di due precedenti arresti (gennaio 1920 e gennaio 1922): si tratta di verificarle e di trarre le dirette conclusioni; dall’analisi risulta che le linee papillari dell’indice, medio e anulare della mano destra del Bruneri, corrispondono perfettamente con quelle dello Smemorato, al quale nel frattempo sono state rilevate. La scienza giudiziaria, armata di tutti gli strumenti del positivismo, non ha dubbi: non si tratta del professor Canella, bensì di Mario Bruneri, sposato con Rosa Negro e padre di un bambino, che dal 1920 non aveva più dato notizie di sé alla famiglia.

Nel confronto con lo Smemorato, la moglie di Bruneri, il figlio quattordicenne Giuseppino, le sorelle e il fratello riconoscono il loro congiunto: inizia così una battaglia legale per ufficializzare il  riconoscimento. Oltre alla moglie c’è un’altra donna che certamente aveva avuto un ruolo importante nell’esistenza di Bruneri: Camilla Ghidini, la sua amante.

Le testimonianze rilasciate al tribunale dalla Ghidini, e da altre persone non lasciano dubbi sull’identità dello Smemorato: si tratta proprio di Mario Bruneri.

Per cercare di scoprire ulteriori informazioni sulla biografia dello Smemorato, al controllo dattiloscopico si affianca lo studio della morfologia del volto: una attenta verifica del profilo sinistro dello Smemorato, confrontata con la fotografia del Canella fornita dalla moglie, permette di stabilire che tra i due vi è una notevole differenza. Inoltre, attraverso la tecnica dello studio dei padiglioni auricolari – altamente innovativa per il periodo – i criminologi stabiliscono che vi sono ben diciassette punti differenti tra la fotografia di Canella e lo Smemorato.

Gran parte dell’opinione pubblica crede di aver qualcosa da dire sull’argomento; immediatamente l’Italia si spacca in due: da una è parte i canelliani e dall’altra i bruneriani.
La vicenda coinvolge non solo gli organi competenti, ma che diventa oggetto di grande attenzione da parte degli italiani, divisi in due fazioni, anche in un’epoca in cui (forse per fortuna) non  esistevano i talk show.

L’iter giuridico e umano seguente al riconoscimento di Mario Bruneri alias lo Smemorato di Collegno, fu complesso e articolato. Ecco, in estrema sintesi ciò che accadde: il 28 dicembre 1927,  il tribunale torinese, sulla base delle indagini della questura e delle perizie effettuate, emette un’ordinanza che non ritiene raggiunta l’identificazione dello Smemorato e quindi ordina la scarcerazione di Mario Bruneri. Parte conseguente un’azione civile da parte della famiglia Bruneri per il riconoscimento dell’identità di Mario Bruneri nello Smemorato. Il 5  novembre 1928, il
Tribunale Civile di Torino ribalta i risultati delle indagini condotte dalla questura e, dopo aver respinto le istanze dei Canella, identifica Mario Bruneri nello Smemorato. I Canella ricorrono in  appello. Il 7 agosto 1929 la Corte d’Appello di Torino conferma la sentenza di primo grado. I Canella ricorrono alla Cassazione, ma l’11 marzo 1930 la Cassazione annulla la sentenza della Corte d’Appello ritenendo insufficiente la documentazione raccolta per il processo e troppo limitate di opportunità offerte ai Canella di addurre prove contrarie; rinvia gli atti alla Corte d’Appello di  Firenze.

Il 1°  maggio 1931 la Corte d’Appello di Firenze respinge la richiesta della famiglia Canella e conferma la sentenza di Torino; il 24 dicembre 1931 la Cassazione respinge il ricorso e conferma la  sentenza di Firenze. Il 1° maggio 1932, grazie ad un’amnistia, Mario Bruneri viene rilasciato dal carcere e nel mese di ottobre parte per Rio de Janeiro, dove è accolto nella famiglia Canella come  Giulio; qui vive fino alla morte (12 dicembre 1941); il governo brasiliano registra lo Smemorato con il nome di Giulio Canella, mentre i quattro figli (due già della donna e di Giulio Cannella,  quello teoricamente scomparso in Grecia) sono iscritti con il cognome Canella. La famiglia tenta, nel 1946, un’ulteriore azione: l’istanza di annullamento basata sulla legge che annullava le sentenze  politiche emesse dalla magistratura fascista, ma anche questa richiesta viene comunque respinta.
Nove anni dopo, ulteriore istanza di revisione del processo, presentata da Giuseppe Canella, figlio di Giulio e Giulia Cannella, che viene respinta.

In Brasile Canella/Bruneri si dedica allo studio della filosofia e scrive una serie di saggi; invia anche alcune sue riflessioni a Pio XI, ottenendo risposte (con relativa benedizione) da parte della  segreteria vaticana indirizzare all’«Illu.mo dottor Giulio Canella». Il processo di trasformazione è completato: l’anarchico e delinquente Bruneri è diventato l’intellettuale cattolico Bunella, avvolto
da un’impenetrabile aura di ambiguità che, ancora oggi, comunque ne avvolge la memoria.

Tutto quelle che l’orecchio può dirci…

La tecnica fondamentale attuata all’epoca dello Smemorato per accertarne l’identità fu la «comparazione antropometrica parametrizzata», l’accostamento tra due immagini fotografiche al fine di verificarne, o meno, la provenienza  da un identico soggetto. Lo studio del padiglione auricolare, data la sua complessa morfologia estremamente caratterizzata (per esempio dalla tipologia dell’elice, antelice, trago, conca, lobo) e l’invariabilità nel corso degli anni che possono causare solo un rilassamento della membrana ma non la modifica dell’organo, costituì un’operazione, attuata dal Ugo Sorrentino della Scuola scientifica di polizia di Roma, di straordinaria utilità. Tra i due orecchi le dissomiglianze erano notevoli, inoltre vi erano effettive diversità nella forma e nell’apertura delle palpebre, nel lobo del naso e nella posizione delle narici.
Insomma, secondo la polizia scientifica, era da escludersi che l’arrestato al cimitero di Torino si potesse identificare con il capitano veronese Giulio Cannella disperso in Macedonia.

Massimo Centini
Massimo Centini

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Commenti (2)

  1. Mi ha sempre incuriosito l’aspetto del pensiero filosofico del personaggio e la coerenza o meno di tale pensiero prima e dopo l’amnesia, non mi pare che il tema sia stato trattato più di tanto, solo qualche fugace accenno come nell’articolo che appare qui sopra.
    Ho letto le opere filosofiche di Giulio Canella prima del conflitto mondiale e della persona che si definiva tale negli anni ’30 del secolo scorso. Mi sono fatto qualche idea e ho pubblicato le mie riflessioni sulla rivista digitale
    instoria.it nei mesi di aprile, maggio, giugno (dovrebbe uscire alla fine del mese). Gradirei conoscere l’opinione di qualcuno che fosse interessato a questo aspetto.
    Cordiali saluti.
    R. Pisani

  2. Il DNA portato in CHI L’HA VISTO dalla Sciarelli nel 2014 non prova nulla. Dove la Scienza poneva una domanda, un interrogativo, la conduttrice tv pronuncia il nome Bruneri. Una deduzione che travisava del tutto la verità. Il Dna non può ridursi a un gioco televisivo del sì o del no, a domanda risponde.
    La Scienza va avanti e ricercatori americani hanno scoperto che in presenza di gravi traumi il DNA può subire mutamenti.