Magenta, quelli che inventarono la ginnastica
A cura di - 12 giu, 2017
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I torinesi, con il loro vezzo francofilo di troncare le espressioni troppo lunghe, la chiamano semplicemente «Magenta», ma il suo vero nome è molto più aulico: Reale Società Ginnastica di Torino. La vicenda di questa storica istituzione sportiva ha origini lontane e affascinanti, che merita raccontare: ebbe inizio il 17 marzo 1844, esattamente 17 anni […]

I torinesi, con il loro vezzo francofilo di troncare le espressioni troppo lunghe, la chiamano semplicemente «Magenta», ma il suo vero nome è molto più aulico: Reale Società Ginnastica di Torino. La vicenda di questa storica istituzione sportiva ha origini lontane e affascinanti, che merita raccontare: ebbe inizio il 17 marzo 1844, esattamente 17 anni prima che fosse proclamato il Regno d’Italia. Un gruppetto di nobili, professionisti e militari si riunì in casa di Rodolfo Obermann per dar vita all’innovativo progetto: creare la prima palestra italiana, finalizzata a diffondere l’istruzione ginnastica educativa (il Ministro dell’Interno, in quegli anni di tensioni risorgimentali, controllava che non ci fossero finalità sediziose e diede il suo assenso).
All’inizio si trattava semplicemente di recintare un terreno affittato per 200 Lire nei pressi del viale del Valentino e costruirvi una tettoia in muratura dove oggi c’è Villa Glicini, sede del Club di Scherma Torino.

Magenta2L’ispirazione dai militari. Ancora una volta nella storia, tutto partì da Torino. L’antefatto risale al 1833 quando il Ministro della Guerra, auspice re Carlo Alberto, chiamò da Zurigo Rodolfo Obermann perché assumesse l’incarico di Direttore-maestro della Scuola di Ginnastica militare per il Corpo di Artiglieria, che aveva sede nel Castello del Valentino: la coscrizione obbligatoria di origine napoleonica, mantenuta dopo la Restaurazione, portava nelle file delle forze armate schiere di giovani, che avevano assoluta necessità di un addestramento fisico, per migliorare prestanza e coordinamento in battaglia. Il «ginnasiarca» svizzero, come allora si chiamavano i fautori della ginnastica, non si dedicò solo agli artiglieri e, dal settembre 1836, ai neonati bersaglieri, ma anche ad alcuni ufficiali, come Alfonso La Marmora e poi ai primi civili, fanciulli e adulti, dando lezioni private e scrivendo un atlante degli attrezzi, completo di tutti i dettagli costruttivi, che è rimasto un caposaldo di questo settore. Attorno a quell’esperienza maturò la sensibilità dei fondatori della Società Ginnastica.

Abbiamo varcato l’odierna soglia della Società Ginnastica, in via Magenta 11, insieme a Nadia Rizzo, ginnasta di valore della Società e ora vicepresidente. Esordiamo con una curiosità: perché lo stemma così particolare della Ginnastica?
«Tutto risale a Carlo Alberto – risponde la Rizzo – che concesse ai nostri predecessori l’uso esclusivo del sigillo del suo antenato Amedeo VI, il Conte Verde: si tratta di un grifone, simbolo di potenza e saggezza, con uno scudo, su cui è scritto in francese antico ‘Je atans mo: anstre’, tendo al mio astro, al mio destino. Lo stemma è visibile non solo sul monumento a Carlo Alberto all’ingresso di Palazzo Civico, ma anche sulla gualdrappa del suo cavallo Favorito, esposto in Armeria Reale e persino sulle cristallerie di Palazzo Reale e in alcune vetrate di Palazzo Cisterna».
Magenta3Fu subito una storia di successi, quella di questa prestigiosa istituzione sportiva. Nadia Rizzo ricorda che «nel corso di 173 anni di attività abbiamo ottenuto 5 ori olimpici, 11 ai Campionati Europei e 2 ai Giochi del Mediterraneo; abbiamo
partecipato al primo campionato di calcio italiano nel 1898, vinto il campionato nazionale di rugby del 1946-47, attivato la sezione di ‘palla al cesto’ o ‘palla al canestro’ nel 1919 con un allenatore americano (ben prima che nascesse la federazione internazionale), aperto sezioni di nuoto e di automobilismo e persino introdotto un nuovo salto al volteggio, che prende il nome dalla nostra ginnasta Veronica Servente, presente ai campionati mondiali di
Birmingham del 1993. Sicuramente, il successo più grande è stato aver contribuito in maniera sostanziale a rendere l’educazione fisica un momento essenziale dell’educazione di ogni cittadino italiano».
La palestra di via Magenta. Il 24 marzo 1851, come testimonia il verbale numero 265 del Consiglio direttivo, il Municipio di Torino concesse alla Società Ginnastica «un’area di ottanta tavole di superficie, nei terreni dell’antica
piazza di San Secondo, per 20 anni»: la strada prese significativamente il nome di Contrada della Ginnastica (oggi è via Magenta, ma all’epoca la battaglia di Magenta non era stata ancora combattuta). Nel 1852, venne costruito un grazioso edificio a due piani fuori terra sul fronte dell’attuale corso Re Umberto, complesso che oggi non vediamo più (fu venduto nel ventennio fascista, al suo posto venne tirato su un grande condominio). Nel 1866 fu eretto l’edificio tuttora esistente all’angolo con via Massena, che comprendeva la grande palestra coperta; al centro, tra i due edifici, un enorme cortile, abbellito, come si legge nel disegno originario, da alcuni ippocastani, perché l’attività fisica doveva essere svolta soprattutto all’aperto: lo potevano utilizzare fino a 500 persone, tutte in divisa estiva o invernale, spesso al suono di una piccola fanfara, che aveva nel suo repertorio anche l’inno della Magenta.
Nonostante Vittorio Emanuele II avesse concesso il patrocinio della Casa Reale nel 1851, soltanto nel 1933, in contemporanea a una profonda ristrutturazione dell’edificio di via Magenta 11, venne concessa «la facoltà di fregiarsi del titolo di Reale».

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