Il limbo di via Asti prima della Liberazione
A cura di - 12 mag, 2016
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Il maggiore Gastone Serloreti arrivò a Torino la settimana prima di Natale del 1943. Lavorava per la Repubblica di Salò, era stato incaricato di assumere la direzione dell’Upi, l’Ufficio politico investigativo della Guardia nazionale repubblicana (Gnr), di stanza nella caserma Lamarmora di via Asti. Quando giunse in città, erano evidenti i conflitti di potere all’interno […]

Il maggiore Gastone Serloreti arrivò a Torino la settimana prima di Natale del 1943. Lavorava per la Repubblica di Salò, era stato incaricato di assumere la direzione dell’Upi, l’Ufficio politico investigativo della Guardia nazionale repubblicana (Gnr), di stanza nella caserma Lamarmora di via Asti.
Quando giunse in città, erano evidenti i conflitti di potere all’interno dell’universo del collaborazionismo fascista e altrettanto evidente era l’arbitrarietà dei numerosi arresti compiuti dagli uomini della Gnr, istituita da poco. Nella memoria di chi passò nella caserma di via Asti, i tre mesi successivi sono rimasti scolpiti per via delle sevizie con cui si cercava di strappare informazioni ai detenuti.
«C’erano i locali dell’ultimo piano di via Asti che erano riservati agli interrogatori notturni perché lontani da orecchie che potessero sentire i lamenti dei seviziati»: a parlare così, nella lunga istruttoria del processo che si sarebbe tenuto contro i suoi aguzzini, è quello che fu forse il più illustre prigioniero della caserma, Aurelio Peccei. Era un giovane dirigente della Fiat, protagonista, per conto del Partito d’Azione, della prima fase della Resistenza.
In seguito ad un accordo «forzato» con il CLN, raggiunto tra il 15 e il 20 marzo 1944, le violenze si ridussero e via Asti divenne una sorta di limbo intorno al quale orbitavano uomini trovatisi lì per necessità, per caso, talvolta loro malgrado. Un luogo dove si respirava l’attesa della morte.
Via Asti fu per oltre un anno un luogo dove la violenza era bandita, ma dove la libertà era in vendita e si compilavano liste di persone. Dopo la guerra coloro che avevano lavorato in via Asti non si fecero scrupoli a rivendicare i propri tentativi di mediazione, ma spesso sostennero anche di non essere stati a conoscenza dell’esito più naturale del loro operato, del destino quasi certo dei detenuti che finivano nelle liste: la fucilazione o la deportazione. La morte, in poche parole.

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Carlo Greppi
Carlo Greppi

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