Fucilate in chiesa: le tracce nei marmi al Monte dei Cappuccini
A cura di - 18 ott, 2016
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La morte di un soldato sacrilego nel 1640 non avvenne per intervento divino, come si narrava, ma per le fucilate di un avversario che lo fulminò attraverso una feritoia sotto il tabernacolo. Quella fessura esiste ancora; le pietre scheggiate documentano lo scontro a fuoco. Le mani sacrileghe che quel sabato 12 maggio 1640 hanno già […]

La morte di un soldato sacrilego nel 1640 non avvenne per intervento divino, come si narrava, ma per le fucilate di un avversario che lo fulminò attraverso una feritoia sotto il tabernacolo. Quella fessura esiste ancora; le pietre scheggiate documentano lo scontro a fuoco.

senza-titoloLe mani sacrileghe che quel sabato 12 maggio 1640 hanno già osato uccidere in chiesa ora vogliono profanare il suo tabernacolo, per saccheggiarne il calice prezioso, con le ostie consacrate. È l’estremo oltraggio di un soldato francese, un fanatico protestante che odia i suoi nemici spagnoli, anche perché cattolici.
Li ha massacrati dinanzi all’altare. Spiana ora di nuovo il moschetto e spara sulla serratura del sacro sacello. Ne spalanca la porticina, ma appena le sue dita sfiorano la pisside con il Santissimo Sacramento viene investito da una violenta fiammata, che lo ucciderà.
L’episodio verrà tramandato come il «miracolo del Monte di Cappuccini», travolto quel giorno dalla guerra fra Francia e Spagna. Per oltre 370 anni la devozione popolare vorrà immaginare in quella sulfurea vampata l’ira di una terribile punizione divina. «Ma Dio non uccide», ammoniscono i teologi. Quello non fu un miracolo. È infine provato. Lo assicurano le ricerche condotte sul luogo e negli archivi da padre Luca Isella, storico dei Cappuccini.
A fulminare l’aggressore francese fu un moschettiere cattolico: un napoletano al servizio della Spagna, appostato dietro il tabernacolo. Udita l’esplosione di un’arma nemica in chiesa, il moschettiere spiana la propria in una feritoia detta «finestrella di devozione», tipica dell’architettura cappuccina, posta sotto il tabernacolo: è scavata nel muro per consentire ai frati di adorare l’Eucarestia senza entrare in chiesa. Il Napoletano è rapido: «fulmina» il nemico attraverso la feritoia. Il colpo è devastante. Fa esplodere le cartucce di polvere che il moschettiere francese indossa a tracolla. Lo trasformano in una torcia.
Non è un intervento di Dio. È il primo atto di uno scontro d’armi che stringerà Torino in un doppio assedio, nel quale si consumeranno contrapposte scelleratezze ed eccidi, tanto crudeli che il «Cristianissimo» Re Di Francia Luigi XIII e il «Cattolicissimo» sovrano Filippo IV di Spagna ne saranno intimamente scossi. Cercheranno di nasconderle, nel timore di venire scomunicati e di essere condannati all’Inferno.
La guerra divide anche i Piemontesi. Madama Reale Cristina di Francia, vedova del Duca Vittorio Amedeo I e madre dell’ancora minore erede Carlo Emanuele II, è schierata con il fratello Re Luigi XIII. Contro di lei combattono, alleati della Spagna, i suoi cognati: i principi Tommaso e Maurizio di Savoia, che la accusano di voler consegnare il Ducato di Savoia alla Francia.

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