E Mollino si diede all’ippica
A cura di - 17 nov, 2015
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Ippica

Carlo Mollino, classe 1905, torinese, era tutto ma proprio tutto quello che ci si poteva attendere da un individuo-artista stravagante ma di sconfinato talento, dalle innumerevoli risorse e dai mille variegati interessi, come lui, personaggio assolutamente unico nel panorama dell’architettura mondiale del Novecento. Nell’ambito della multiforme produzione architettonica, il Centro Ippico Torinese è indubbiamente uno […]

Carlo Mollino, classe 1905, torinese, era tutto ma proprio tutto quello che ci si poteva attendere da un individuo-artista stravagante ma di sconfinato talento, dalle innumerevoli risorse e dai mille variegati interessi, come lui, personaggio assolutamente unico nel panorama dell’architettura mondiale del Novecento.

MollinoNell’ambito della multiforme produzione architettonica, il Centro Ippico Torinese è indubbiamente uno dei suoi capolavori, rimasto in piedi giusto vent’anni, il tempo di un lungo respiro. Lo progettò nel 1936, quando aveva ancora solo 31 anni.

Il luogo prescelto per il trasloco del Centro Ippico dalla vecchia sede al Parco del Valentino fu un ampio isolato compreso tra corso Massimo d’Azeglio e corso Dante, dove oggi sorge – per intenderci – il Liceo classico Alfieri, costruito alla fine degli anni Sessanta.

Il progetto si sviluppava attorno a quattro fabbricati indipendenti: la sede della Società Ippica, il maneggio coperto per la scuola di equitazione, le scuderie distribuite su due bracci, oltre ad un fabbricato di servizio con rimessa e alloggi del personale. La grande «invenzione» fu quella di trattare in maniera diversa ognuno di quei quattro corpi.

Per ogni locale, un vezzo d’artista particolare: nelle più spartane scuderie, ad esempio, i camini del sistema d’areazione scendevano dal soffitto come periscopi di sommergibili per straniare l’ambiente, fungendo così da elementi decorativi. Mollino era all’avanguardia anche per quanto concerneva gli aspetti tecnologici. L’Ippica, i cui elementi portanti erano costruiti in cemento armato, mentre per i tamponamenti si era adoperato il laterizio forato, era dotata di un avveniristico sistema automatico di aerazione.

Ma, ahinoi, il capolavoro aveva i giorni contati. Il 5 febbraio del 1959 un titolo a quattro colonne su «Stampa Sera» lanciò l’allarme: «Minacciata la palazzina dell’Ippica». Nel sommario si precisava: «La sua area è destinata ad un grande albergo. Protestano ingegneri ed architetti: si vuole che il nuovo fabbricato rispetti le esistenti strutture architettoniche». I 2000 metri quadrati di superficie erano stati ceduti, previo riscatto anticipato sulla scadenza della concessione alla Società Ippica, ad un consorzio che vi avrebbe costruito un albergo di 220 camere per Italia ’61.

Il 19 marzo 1960 la Giunta comunale aveva approvato la costruzione di un hotel che non avrebbe mai visto luce: le pale meccaniche, comunque, avevano terminato in fretta la loro incresciosa missione di distruzione. E per quasi dieci anni, quell’area rimase desolatamente vuota.

Maurizio Ternavasio
Maurizio Ternavasio

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